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Origine del nome Nell'antichità il Vesuvio era ritenuto consacrato all'eroe semidio Ercole, e la città di Ercolano, alla sua base, prendeva da questi il nome, così come anche il vulcano, seppur indirettamente.
Ercole infatti era ritenuto essere il figlio del dio Giove e di Alcmena, una donna di Tebe. Uno dei nomi di Giove era Υης (Ves). Veniva così chiamato per essere il dio della pioggia. Così Ercole divenne Υησουυιος (Vesouuios), il figlio di ves.
Prima dell'eruzione del 79 d.C.
Il Vesuvio per molti secoli fu un monte tranquillo. Scrittori antichi lo descrissero coperto di orti e vigne, eccetto per l'arido culmine.
Fra un grande cerchio di dirupi quasi perpendicolari c'era uno spazio piatto sufficiente ad accampare un'armata. Si trattava senza dubbio di un antico cratere, ma nessuno a quei tempi sapeva niente della sua storia. Di questo cratere oggi sopravvive solo un settore, denominato Monte Somma.
Così, non conoscendosi la sua natura vulcanica, la fertilità dei terreni circostanti favorì gli insediamenti osci e sanniti di Stabia, Pompei ed Ercolano, i cui abitanti non nutrivano alcun sospetto sul rischio potenziale dell'area.
Il monte aveva avuto, nel 73 a.c. il suo quarto d'ora di notorietà, grazie a Spartaco e ai suoi seguaci che, nei loro vani tentativi di sfuggire alle legioni romane, si rifugiarono sul Vesuvio.
Incidentalmente, gli schiavi riuscirono a sottrarsi alla cattura, rinviando l'esito cruento della loro rivolta: utilizzarono i tralci delle viti che ricoprivano le pendici del monte per fabbricare scale con le quali fuggirono per l'unico passaggio non sorvegliato perché impervio.
Eruzione del 79 d.C. - morte di Plinio
Nel 63 gli abitanti subirono un primo colpo: la montagna si scosse violentemente e un gran numero di case vennero distrutte dal terremoto. Il successivo periodo di tranquillità favorì la ricostruzione degli edifici crollati. La vita riprese a scorrere ordinata e tranquilla in quelle terre che, ormai stabilmente inserite nel ben strutturato sistema imperiale, si potevano ritenere al riparo da qualsiasi minaccia esterna. Le abbondanti reliquie di quel periodo sono tipiche di ricche, operose cittadine di provincia, lontane tanto dal fasto e dal rumore dell' Urbe che dall'atmosfera raffinata e decadente della greca Neapolis, pur vicinissima.
Ma venne il 24 agosto 79 e su Stabia, Pompei e Ercolano si scatenò il finimondo.
Plinio il vecchio quel giorno era al suo posto di comando della flotta romana dislocata a Miseno. La sua famiglia era con lui, e, tra gli altri, suo nipote, Plinio il giovane, ci ha lasciato un'interessante testimonianza su ciò che successe. Egli osservò una nube molto densa elevarsi in direzione del Vesuvio, della quale scrisse:
Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a grande altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere.
Vedendo questa notevole apparizione, Plinio il vecchio, grande naturalista e, ovviamente, attento all'osservazione di fenomeni insoliti, fece approntare una nave per andare a vedere più da vicino cosa stesse avvenendo, e offrì al nipote l'opportunità di accompagnarlo. Plinio il giovane che preferì restare a casa a studiare, nelle già citate lettere, a Tacito, descrive anche la fine dello zio.
Questi, infatti,aveva ricevuto, nel frattempo, una lettera da Ercolano dalla moglie di Cesio Basso, Retina che chiedeva aiuto non avendo altro scampo che per mare.
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